Eventi
Il 17 luglio 2025 è stata depositata in SIAE la nuova opera letteraria "Il treno degli artisti", di Franca Berardi e Michele Ciafardini.
Andrà in scena a gennaio 2027.
Si tratta ancora una volta di un lavoro teatrale di impegno civile sulla tematica della Memoria.
Sarà rappresento dagli attori del "Cenacolo degli artisti" a gennaio 2026, per non dimenticare una terribile pagina di storia.
E' molto importante continuare a ricordare, soprattutto in anni complessi come quelli che si stanno vivendo.
È molto importante far capire, soprattutto ai giovani, come l' arte in un modo o l' altro possa comunque aiutare a vivere situazioni difficili e inaccettabili.
Lo spunto letterario prende il via da un ghetto, dove sono stati deportati diversi artisti, tutti concentrati in un unico campo.
Ma non si tratta di prigionieri qualunque: è difficile comprimere delle persone creative e fantasiose, è impossibile impedire loro di continuare a pensare, a creare, ad esprimersi, a sognare…
Nessuno poteva prevedere tale anomalia che, sotto tutti i punti di vista, rompe il terribile e perfetto funzionamento di qualsiasi lager.
Ma il 16 ottobre 1944 partì da Terezin verso Auschwitz-Birkenau il treno degli artisti, carico di ben 1500 attori, clown, circensi, musicisti, cantanti, ballerini, poeti, scrittori, pittori, compositori. Il giorno dopo lì morirono tutti insieme. E così, in un solo momento, persero la vita gli ingegni più straordinari e le stelle più brillanti dell'epoca, nel pieno delle loro capacità e del loro talento.
Un lavoro intenso, carico di sentimento e adatto a tutti.
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“Quello che nutri di più”,
rappresentazione teatrale di impegno civile per le scuole Primarie e Secondarie
(di Franca Berardi)
OPERA DEPOSITATA IN SIAE
il 13/02/2024
DIRITTI RISERVATI
La narrazione si ispira a storie veramente accadute nel Blocco 31 di Auschwitz e ha come protagonista il forte legame che si intreccia tra i maestri e i loro alunni, anche in un luogo buio come quello del lager. Nonostante i divieti, per chi ha fatto del proprio mestriere un obiettivo di vita, insegnare vuol dire formare i giovani ed educare coscienze anche nel campo. Certamente un ruolo non da poco, privilegiato, perchè chiamato a mediare tra singolo e società. E questo non è un compito facile perchè è fatto anche di tante responsabilità, impegno, pazienza, ricerca, sperimentazione. Un lavoro difficile, se affrontato con serietà. Anche se la situazione era insostenibile, i maestri segretamente continuavano a raccontare ai bambini storie in cui il bene veniva premiato e il male punito. Non si sentivano affatto in colpa dal momento che insegnavano. E poi, chi poteva mai stabilire la differenza tra giocare e insegnare? A volte il gioco è il modo migliore per insegnare e l'insegnamento è il modo migliore di giocare. Avevano un enorme bisogno di donare amore, mentre di riceverne si preoccupavano meno: bastava loro un sorriso oppure la fine di un pianto. Probabilmente avevano capito che potevano sopravvivere solo in gruppo e, sebbene nessuno lo dicesse ad alta voce, dipendevano gli uni dagli altri come gli organi dello stesso corpo...E allora...i maestri si fecero bastare un pensiero: loro stessi erano mamme e papà responsabili di più di 50 bambini che avevano avuto la fortuna di incontrare e che in quel momento erano tutti loro. Tra l'altro tutto questo ha avuto un esito sorprendente: un' alta percentuale di coloro che vissero e lavorarono con i bambini sopravvisse, a differenza degli altri internati. Eppure non avevano più cibo. No, non è stato così. Mangiavano la stessa razione di cibo degli altri prigionieri. E' chiaro che è stata la loro missione a infondere forza e resistenza. Ebbero un nobile obiettivo che li aveva aiutati a superare il terrore della morte incombente e l'autocommiserazione. I maestri aiutarono i bambini e i bambini aiutarono loro. Una bellissima storia d'amore e di speranza!












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Non è facile insegnare oggi. Viviamo tempi di pensiero debole, di vuoto, di incertezze. Per riuscire a colpire l'attenzione di uno studente c'è bisogno di tanta grinta, autenticità, coerenza, onestà, esempi forti e dall'identità precisa. Non bisogna mai scoraggiarsi, ma tenere bene a mente che da solo nessuno può crescere. Così come, da solo, nessuno può mettersi in salvo. Ogni bambino ha bisogno di persone che credano in lui, lo sostengano, lo amino.
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Un genitore decide di escludere la figlia dalla propria vita. Questo trasforma la storia di quella donna in modo permanente. Ma quel che sembra già segnato, tuttavia, può essere cambiato. Un libro dedicato a una bambina cresciuta senza padre. In questo racconto di taglio autobiografico, la protagonista - cresciuta senza padre - racconta varie circostanze della vita in cui la mancanza della figura genitoriale maschile ha variamente influito sui suoi comportamenti e scelte dell'età adulta. Se è dunque vero che le ferite subite nell'infanzia restano indelebilmente nella nostra storia, è anche vero però che la consapevolezza del proprio vissuto offre a ciascuno di noi una chiave per comprenderci meglio e per superare traumi ed esperienze che possono aver segnato la memoria, ma - se lo vogliamo - non il nostro destino.
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IL TANGO DELLA MORTE
di Franca Berardi
Spettacolo di teatro civile
TITOLO: Il Tango della Morte
GENERE:Drammatico
AUTORE: Franca Berardi
REGIA:
Franca Berardi
RICERCA STORICA E DOCUMENTAZIONE:
Franca Berardi
PRODUZIONE:
Francaberardi Produzioni
MUSICHE ORIGINALI: Stefano Cutilli
INTERPRETI:
Il Cenacolo delle Arti
NOTA DELL'AUTRICE: Non è semplice parlare di ciò che è accaduto nei campi di prigionia perché la mente dell'uomo sano difficilmente riesce anche solo a reggerne il pensiero. Ma non è possibile non raccontare ciò che è stato, soprattutto ai giovani. Spesso all'interno di una storia se ne intrecciano altre e poi altre ancora, come nel caso dell' opera “Il Tango della Morte”, nata per essere raccontata ai ragazzi, ma dedicata anche al mondo degli adulti. Dopo aver lottato insieme alle proprie compagne , una ballerina ebrea polacca vedrà la morte , ma non senza prima uccidere il suo carnefice. Protagonista una donna, o meglio, tutte le donne che lottano contro la differenza di genere per vedere riconosciuti i diritti di tutti e di ciascuno.
Dalle testimonianze pervenute, l'interpretazione della vita nel Lager da parte di una donna tende ad essere molto diversa da quella di un uomo. L'esperienza al femminile risulta caratterizzata da ulteriori risvolti appartenenti in modo forte ed esclusivo alla donna. La maternità è senz'altro il primo riferimento, l'unica ragion di vita, a cui aggrapparsi: quando lo sconforto si fa ancora più grande, il desiderio di rivedere i figli da cui si è stati violentemente separati diventa l'unica ancora di salvataggio. La natura ha dato questo dono e privilegio alla donna, facendola nascere madre e, per questo, grazie proprio al pensiero di ricongiungersi ai suoi bambini, si mostra forte nel Lager. Anche in un posto buio come quello, si riescono a cogliere emozioni molto femminili , legate alla quotidianità, parole di rassicurazione e accudimento rivolte ai bambini, ninna nanne o filastrocche, come se i figli fossero con loro. Spesso cantano dolci canzoni mentre sono costrette ad accompagnare a morire il proprio bambino nelle camere a gas, pensiero insopportabile anche ai più algidi! Ma tutto ciò non costituisce l'unica differenza della vita maschile e femminile nel Campo. Anche le cose più banali e superficiali sono decodificate diversamente. Basti pensare alla ferita inflitta dalla brutale rasatura che accompagna l'ingresso ai campi, ben più profonda per una donna che per un uomo; oppure al senso del pudore violato, caratterizzante proprio quei tempi , molto più intenso per una donna, magari anche molto giovane. Non si tratta solo di “estetica”. La questione è legata al giudizio morale. Altra profonda e forte differenza è la solidarietà tutta femminile che vive assieme alle donne durante tutta la permanenza nei Campi di Concentramento o di Sterminio. E' noto a tutti infatti che, a differenza degli uomini, le donne si sono sempre aiutate.
Una nuova opera, una storia tutta da raccontare. Ancora una volta ambientata nella crudele e atroce realtà della gelida Auschwitz. Ancora una volta narrata dalla voce di un' insegnante che dice ciò che è stato, ma senza turbare o impressionare perché gode del nobile privilegio di sentire empaticamente tutti i giorni le anime dei propri giovani alunni.
Il lavoro è stato già patrocinato dalla Comunità Ebraica di Roma, che ne ha riconosciuto e condiviso con piacere il valore educativo, dall'Istituto di Cultura Italiana di Cracovia e dall'UDI (Unione Donne Italiane). Il progetto ha già ricevuto il premio “Agape caffè letterari d’Italia e d’Europa”.
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Premiazione Festival Mondiale della Creatività a Pescara



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